domenica 14 dicembre 2008

Delhi

eccomi finalmente arrivato nella bolgia di Delhi.
il mio viaggio e' quasi finito, ormai tra poche ore ho l'aereo che mi riportera' in un altra dimensione, nel mio paese al mio lago e alle mie montagne.
piu' di una volta mi e'capitato che mi si avvicinasse una persona, un indiano e mi chiedesse sorridendo :' hey good morning, d'you like my India?'
my India.
tutti gli indiani, nonostante tutto sono molto orgogliosi della propria terra, del proprio paese.
l'ho potuto vedere anche ad Amritsar, anzi ad Attari, a trenta chilometri dalla capitale del Punjab dove quattro giorni fa mi trovavo per assistere alla cerimonia di chiusura della frontiera con il Pakistan.
ero seduto su dei gradoni di una tribuna e sotto di me dei militari in alta uniforme sfilavano al passo dell'oca e parecchio impettiti mentre la folla di indiani incitata da un alto parlante rispondeva in coro:' Zindabad!!!' alla voce che diceva :' Hindustan!!' 'viva l'India!!
dall' altra parte del cancello il Pakistan e la stessa cosa ma a parti invertite si ripeteva come in una gara a chi urlava di piu'.
vero clima da stadio, ma nonostante i rapporti non proprio idilliaci tra i due paesi, aggravati recentemente dagli attentati di Bombay, l'atmosfera era tranquilla e festosa.
che strano.
ora sono a Paharganj, vicino alla stazione di New Delhi dove c'e' praticamente l'hub dei turisti che da qui passano, chi appena sceso dall'aereo e sta per iniziare un' avventura, magari di qualche mese e chi come me il viaggio l'ha finito.
forse stasera mi becco con i due ragazzi tedeschi che dovrebbero essere di ritorno da Dharamsala.
ho pensato tante volte durante questo viaggio che l'ultima sera, qui a Delhi mi sarei potuto concedere la birra che non bevo da tre mesi.
una promessa, stupida e senza senso ma mantenuta.
in fondo non mi e'costato neanche tanto ma quei tramonti nel mare da un cuscino per terra con i raggi dell'ultimo sole che mi scaldavano la faccia e illuminavano tutto di una luce dorata con il succo di frutta erano un po'tristi.
e che dire della cena post trekking con i due tipi di Roma, davanti alla mia bisteccazza ( la cena piu'costosa di tutto il viaggio) c'era una triste bottiglia di acqua minerale.
ma adesso me la merito proprio e la dedico solo a me stesso, al mio viaggio e a tutti gli altri viaggi che dovro'affrontare. in tutti i sensi.

venerdì 5 dicembre 2008

Varanasi

stamattina mi sono svegliato presto e sono sceso al ghat sotto la mia guesthouse per trattare velocemente il prezzo di una giro in barca all' alba lungo la sponda dellla madre Ganga, come la chiamano loro, il fiume sacro per tutti gli hindu dove ogni cosa ebbe inizio e ogni cosa va a finire.

erano le cinque emmezza, ancora buio e una strana atmosfera ovattata, con quella nebbiolina tipica dell'inverno indiano che avvolge ogni palazzo e sale dal fiume per inondare il paesaggio con una strana luce e una ancora piu' strana atmosfera.

sono salito lento fino all' Assi ghat mentre piano piano il cielo si schiariva e per tutti iniziava un nuovo giorno con le abluzioni quotidiane, chi immobile con gli occhi chiusi e l'acqua fino alla vita pregava, chi lavava i panni e chi addirittura si lavava i denti.

gia' alle sei la vita lungo il fiume era piena frenesia di gente e di colori e l'alba che da li a poco sarebbe arrivata avrebbe accolto tutti con la sua luce dorata e i caldi raggi ancora deboli del primo sole mattutino.

vicino alla barca sono passati i cadaveri gonfi e in putrefazione di due uomini, o donne, non si capiva perche' erano girati di schiena.
questa e' stata la parte che avrei voluto evitare volentieri ma non ne ho potuto fare a meno.
quello che mi ha colpito, quasi piu' della visione stessa e' stata l'indifferenza del barcaiolo che con un mezzo sorriso mi ha detto :'look right, dead bodies'.

infatti e' cosa comune vedere dei corpi trasportati dalla corrente.

sono quelli delle cinque categorie di persone che per la religione hindu non possono essere cremati: i sadhu, i bambini, i lebbrosi, le donne incinte e le persone morte per il morso di un serpente velenoso.
alcuni vengono legati a un masso e lasciati cadere in mezzo al fiume ma altri vengono semplicemente gettati dentro cosi' come sono.

ringrazio il cielo, e anche Shiva che non mi ha fatto vedere un bambino.

ma poi a debita distanza, un po' piu' lontano dalla riva ho preso la mia bottiglietta e l' ho riempita dell'acqua santa, svuotandola prima del suo contenuto, l'acqua santa, ma questa volta di Lourdes che mia mamma mi aveva cacciato nello zaino prima di partire.
pensandoci anche adesso che scrivo mi fa sorridere sta cosa, pero' mentre facevo lo scambio forse anche bello preso dalla suggestione del momento e dall'atmosfera mi sembrava una cosa molto solenne, ho pure tirato in mezzo il barcaiolo per una mezza cerimonia.

ieri invece ho passeggiato lungo i ghat tutto il giorno, l'unica vera cosa interessante che c'e' da fare a Varanasi, ma direi che basta e avanza.

e' davvero un posto affascinante e si respira quest'aria magica dappertutto.

per gli hindu morire, essere cremati ed avere le proprie ceneri gettate nel Gange significa la fine delle reincarnazioni e il raggiungimento della perfezione dell'anima.

ed e' per questo che a Varanasi vagano derelitti moribondi e sadhu di ogni specie e di ogni parte dell'India e il senso della morte si avverte anche senza avvicinarsi al ghat delle cremazioni.
quest'ultimo d'altra parte e'attivo 24 ore al giorno tutti i giorni ed avviene piu' di una cremazione alla volta.

il defunto viene trasportato su una lettiga di bambu' avvolto in un lenzuolo bianco con dei paramenti colorati e dei fiori che al momento di essere appoggiato sulla pira di legno vengono tolti.

prima viene immerso nel Gange per purificarsi, poi tocca al figlio o a un altro familiare vicino vestito di bianco, il colore del lutto, e con la testa rasata accendere la pira funeraria.

la legna per la cremazione viene accuratamente pesata e scelta per qualita' e quantita' infatti solo la gente delle caste superiori si puo' permettere il sandalo, la legna migliore per questo scopo.

una cremazione media con un buon legno costa 4000 rupie.

a sud della citta' proprio sul fiume c'e' un crematorio elettrico praticamente solo per i poveri, dove per avere il corpo ridotto in cenere bastano 850 rupie.

poi il momento e' molto solenne, considerato che questo e' il loro funerale e' molto strano e diverso il rapporto che gli indiani hanno con la morte.

i familiari assistono da vicino il corpo diventare sempre piu' piccolo sotto la legna mentre un fumo acre misto a cenere e un odore intenso si alza e avvolge tutti intorno, me compreso in quel momento.

poi finisce tutto, il fuoco si spegne piano, viene raccolta la cenere.

la cosa particolare e' che degli uomini l' ultimo osso a bruciare e' lo sterno, perche' in vita hanno fatto fatica e lavoro fisico, per le donne le ossa del bacino, perche' hanno fatto le mamme.

almeno questa e' la spiegazione che mi ha dato un ragazzo di fianco a me che cercava di fare la guida indesiderata per spillarmi qualche rupia.

queste ossa vengono prese ancora roventi con due pezzi di bambu' e gettate nel fiume insieme a parte delle ceneri.
un altre parte spetta ai familiari che le getteranno poi privatamente o decideranno prima di tenerle ancora un po' con loro.

poi ho girovagato ancora per i vicoli strettissimi della citta' vecchia, che formano un vero labirinto dove e' impossibile non perdersi almeno una volta, io praticamente lo facevo sempre ma fa parte del gioco, poi alla fine si chiedeva dove era il Gange che e' davvero l'unico punto di riferimento per ritrovare la strada della stanza.

e'stato strano ma anche molto divertente incontrare parecchia gente che avevo conosciuto lungo il viaggio , magari anche un mese emmezzo prima.

tutti passano da Varanasi.

ho ritrovato un ragazzo portoghese che era in coda con me all'ambasciata indiana di Kathmandu per il visto.

ho rivisto due ragazzi australiani che stanno facendo il giro del mondo.
con loro ho camminato mezza giornata nelle valli nepalesi, il giorno prima di arrivare all' abc.

e ho incontrato anche Steffi e Philip, tedeschi di Monaco, con cui ero a stato al cinema a Calcutta a vedere un masala movie di Bollywood.

domani sera night train per Agra, a questo punto sono proprio curioso di vedere di persona se sto Taj Mahal e' cosi bello per davvero.

venerdì 28 novembre 2008

Pokhara

ce l'ho fatta...tornato nella civilta' appena ieri dopo gli otto giorni piu' spettacolari e intensi di sempre e non esagero affatto.
raggiungere i 4100 metri circa dell Annapurna base camp (abc) e'stato abbastanza impegnativo e anche se non c'era nessuna difficolta' tecnica ogni giorno ho dovuto camminare dalle sei alle otto ore per arrivare in un lodge, non fare la doccia dopo i 2500 metri per il gran freddo che c'era, mangiare un dahl bhat e andare a letto alle otto nel mio caldo saccoapelo preso a noleggio in un trek shop a Pokhara insieme alle bacchette e alla giacca imbottita, tutte cose che per 120 rupie nepalesi al giorno (un euro e trenta) mi hanno piu'che salvato l'esistenza.

ma ne e' valsa davvero la pena perche' i paesaggi che ho visto sono stati fantastici e in un po' di posti penso di essere stato, ma le montagne piu' belle e piu' alte del mondo cosi' da vicino non si possono ne' raccontare ne' spiegare ed e' pure inutile cercare di capire se c'e' un senso, basta farsi incantare da certe cose che sono cosi' belle e ci fanno sentire cosi' piccoli nello stesso tempo.

e io ero perfettamente incantato, passavo da un momento in cui compulsivamente continuavo a scattare fotografie dappertutto a un altro dove ero come in estasi, con la bocca aperta e gli occhi lucidi davanti a un tale spettacolo, quasi insostenibile per i cuori deboli.
perche' una volta arrivati all'abc si e' circondati a 36o gradi dalle vette innevate, e dal Machhapuchhare base camp che si trova 400 metri e un'ora emmezza sotto sono salito due volte per vedere il tramonto e anche l'alba il giorno successivo prima di buttarmi di nuovo sulla via del ritorno ed attraversare foreste di felci e rododendri, valli fredde dove non arriva neanche il sole con un fiume impetuoso e azzurro gelido che scorre in fondo, attraversare decine di ponti sospesi, risaie, paesini autosufficienti a tre giorni di cammino dalla prima strada carrozzabile, cortili di abitazioni dove l'intimita' delle persone che ci abitano si confonde con il passare dei trekkers sempre discreto e rispettoso, come solo chi va in montagna e la rispetta sa cosa
vuol dire.

portatori con pesi impensabili, a volte anche in ciabatte che vivono attraversando i sentieri su e giu' per tutta la vita, carichi come dei muli ma che trovano il tempo per un saluto quando incrociavano il mio cammino.
bambini a piedi scalzi che giocano, che quando passavo facevano come un posto di blocco e intonavano una canzone per chiedere qualche rupia.
namaste'. bye bye.
la vita semplice. no televisione niente cazzate.

purtroppo appena tornato in citta' ho saputo del casino che e' successo a Bombay.
che tristezza e che paura.
al Taj hotel, uno dei piu' lussuosi di tutta l'India c'ero anche stato a bere un caffe', mi ricordo di averlo pagato come due notti di guesthouse del mio budget, ma ero curioso.
ora vedere quelle foto su internet dove una parte del palazzo e' in fiamme mi lascia tanto amaro in bocca e ancora tristezza e paura.
ora mi fermo qualche giorno in in piu' qui prima di tornare in India perche' anche se a Bombay non ci vado devo passare da Varanasi e da Agra, prima di arrivare a Delhi per pigliare l'aereo, e adesso non mi va'.
adesso che e' quasi finito voglio pensare al mio viaggio, e mi rendo conto di aver fatto qualcosa di importante per me stesso, qualcosa a cui tenevo, che volevo.
mi sono accorto in un attimo quando ero all'abc, tra tutte le cose che mi venivano in mente e sparivano in un attimo, come in un caleidoscopio di emozioni pensieri sensazioni.
pensavo all'India.
pensavo all'Italia. pensavo che due mesi prima ero a Cape Comorin, nel punto piu' meridionale del subcontinente, al caldo tropicale.
e lo pensavo con i piedi sulla neve dell'Himalaya.
via terra, come piace a me.
pensavo che ho fatto qualcosa che mi ha dato troppo per quello che ci ho messo e non parlo di tempo.
e me lo ricordero' per forza per tutta la vita.
per forza.

mercoledì 19 novembre 2008

Pokhara

ora della fine alla terza volta che sono andato all'ambasciata indiana di Kathmandu
un impiegato scazzato al massimo mi ha allungato il passaporto con il mio bel visto appiccicato sopra.
tre mesi entrata singola, come quello che mi hanno dato in Italia.
non importa la durata perche' tanto mi serve solo per rientrare in India ai primi di dicembre e trascorrere le ultime due settimane di viaggio prima di arrivare a Delhi e pigliare l'aereo.
in questa settimana di attesa ho girato tutta Kathmandu e ormai i negozianti vicino alla mia guesthouse mi conoscevano per nome e mi salutavano affettuosamente tutte le trecento volte che passavo davanti alla loro bottega.

la citta'e'molto bella ma il quartiere di Thamel, proprio in mezzo alla parte storica, e'completamente dedicato ai turisti con un sacco di alberghetti, agenzie che organizzano qualsiasi spedizione tipo montagna, rafting, voli panoramici in ultra leggero sull Himalaya e molto altro, trekking shops con vendita e noleggio di tutta l'attrezzatura possibile, librerie bellissime dove ho passato ore a sfogliare volumi fotografici sulle montagne, ristoranti che pretendevano di essere italiani, risoranti tibetani con l'immancabile foto del Dalai Lama appesa alla parete, gente losca che al mio passaggio mi sussurrava 'hash, good nepali grass!!' e tutto il resto che puo' far sentire a suo agio il turista europeo o americano lontano da casa.
naturalmente questa parte di citta' era terribile, ma appena usciti per le minuscole viette della parte storica iniziava la sorpresa vera.
cortili che si aprivano improvvisamente dove all'interno sembrava di essere in un paesino, con uno stupa in mezzo alla piazza e tutte le case tipiche intorno con le botteghe minuscole di ogni genere a piano terra e tanto altro.
a sud, seguendo questo dedalo di viuzze si apre la maestosa Durbar square, la piazza dei palazzi, con i suoi edifici tipici della cultura Newari, i templi con i tetti sovrapposti e le fini sculture di legno sulle colonne o sotto i tetti.
dalla Durbar square parte la celebre, almeno una volta, Freak street, la strada che gli hippy avevano colonizzato negli anni'60 e '70.
ora appare come una via un po'piu'spaziosa delle altre attorno con qualche guesthouse e ristorante, dove qualche turista nostalgico preferisce restare al posto della piu'inflazionata e chiassosa Thamel.

oltre Kathmandu si apre una valle con tantissimi posti interessanti da visitare.
sono stato allo stupa budhista di Bodhnath, appena fuori citta' in un quartiere piu'tranquillo e silenzioso.
e'probabilmente il piu'grande insediamento tibetano dopo la sede del governo in esilio a Dharamsala, in India.
lo stupa e' davvero enorme e dall 'alto gli occhi buddhisti guardano la piazza circolare che lo ospita in tutte e quattro le direzioni.
bandierine colorate con le preghiere partono dalla cima del tempio e arrivano alla sua base, dove i fedeli ma anche tanta gente comune compie il giro del tempio , sempre in senso orario, facendo girare le ruote con i mantra delle preghiere.
moltissimi monaci in giro, in uscita dai vari monasteri vicini impegnait a fare la spesa o semplicemente a fare una passeggiata.
un 'atmosfera veramente serena che mi ha fatto venire una gran voglia di visitare il Tibet.
ora non e'tanto il momento vista la situazione politica attuale e inoltre il governo cinese rilascia i visti col contagocce.
chissa se riusciro'ad andarci prma o poi..
a piedi da Bodhnath sono arrivato in mezzora al tempio hindu shivita di Pashupatinath.
famoso perche'ogni giorno a rotazione avvengono delle cremazioni e molto riconosciuto tanto che i fedeli vi arrivano da ogni parte dell'India, anche per aspettare di morire, come nella citta' sacra di Varanasi.

ora sono qui a Pokhara, dove innanztutto fa caldino e non si gela come a Kathmandu e poi posso vedere le montagne veramente da vicino.
dalla mia finestra ho assistito al tramonto sul gruppo dell'Annapurna, tutte cime che superano i settemila.
ma il bello deve ancora venire.
domani mattina parto per un trek che se tuttto va bene mi portera' fino al campobase dell'Annapurna, in un anfiteatro di cime tutto attorno, a piu' di quattromila metri di quota.
naturalmente ho affittato tutta l'attrezzatura come saccoapelo pesante giacca e bacchette per camminare.
partenza domattina alle sette.

lunedì 10 novembre 2008

Kathmandu

eccomi in Nepal.
ancora spaesato e stanco per il lungo viaggio prima in treno da Calcutta fino al confine di Birganj
e poi in bus dal border a Kathmandu.
purtroppo il Bihar come l' Andra Pradesh l'ho visto solo dal finestrino ma come mi sono presto accorto tre mesi non sono niente per vedere l'India e ho dovuto per forza scegliere dei posti da vedere e altri no.

all'inizio volevo spezzare il viaggio a meta' fermandomi a dormire e riposare al confine ma Birganj era talmente un posto assurdo che ho deciso di farmi spingere sul primo bus diretto alla capitale del Nepal.
qua che dire, prima di tutto fa freschino e la sera e' da felpetta, siamo a 1300 metri, e poi a colpo d'occhio e' veramente un altro mondo rispetto all'India, diversa la gente, dai lineamenti asiatici, ma soprattutto diverso il paesaggio.
gia dal bus ho potuto vedere il primo settemila, il Langtang, che svettava molti chilometri dietro alle colline con le sue nevi perenni.
mi sono venuti un po'i brividi.

comunque la prima cosa che devo fare domani mattina e'andare all'ambasciata indiana e richiedere il visto per potere entrare di nuovo in India, ci vorra'una settimana cosi' intanto esploro bene la citta'e i paesi intorno della valle che devono essere altamente spettacolari.

a Calcutta ho passato dei giorni decisamente piacevoli girovagando per la citta' a piedi e in metro'
e conoscendo alcuni ragazzi che erano in vacanza da un lungo periodo di volontariato nel Bihar.
non mi e'sembrato quel delirio che tutti quelli che ho incontrato mi avevano descritto, forse anche perche'quasi due mesi di India mi hanno fatto un po' il pelo.
certo, e'una metropli impressionante, di 15 milioni di abitanti e come tutte le metropoli asiatiche c'e' una grande parte di abitanti che vive al limite della fame in condizioni piu'che precarie.
questi sono soprattutto i contadini che lasciano le campagne del West Bengal dell'Orissa e del Bihar per cercare fortuna nella citta' ma poi si trovano sul marciapiede a dormire.
ma il centro della citta' mi e'sembrato molto moderno e con una voglia di apparire il piu'occidentale possibile.
tante coppiette di giovani in jeans mano nella mano, cosa che nella piu' conservatrice ( e piu' mostrusa incasinata e assurda) Bombay e'difficile da vedere.
uno dei motivi principali del mio viaggio era quello di andare alla Casa madre delle Missionarie della Carita' per rendere omaggio alla tomba di quella donnina cosi' piccola e minuta ma cosi' straordinaria che e'stata Madre Teresa.
e' stato un momento molto commovente. la sua tomba e' molto semplice, un blocco di marmo bianco con una scritta una collana di fiori e una candela accesa.