venerdì 28 novembre 2008

Pokhara

ce l'ho fatta...tornato nella civilta' appena ieri dopo gli otto giorni piu' spettacolari e intensi di sempre e non esagero affatto.
raggiungere i 4100 metri circa dell Annapurna base camp (abc) e'stato abbastanza impegnativo e anche se non c'era nessuna difficolta' tecnica ogni giorno ho dovuto camminare dalle sei alle otto ore per arrivare in un lodge, non fare la doccia dopo i 2500 metri per il gran freddo che c'era, mangiare un dahl bhat e andare a letto alle otto nel mio caldo saccoapelo preso a noleggio in un trek shop a Pokhara insieme alle bacchette e alla giacca imbottita, tutte cose che per 120 rupie nepalesi al giorno (un euro e trenta) mi hanno piu'che salvato l'esistenza.

ma ne e' valsa davvero la pena perche' i paesaggi che ho visto sono stati fantastici e in un po' di posti penso di essere stato, ma le montagne piu' belle e piu' alte del mondo cosi' da vicino non si possono ne' raccontare ne' spiegare ed e' pure inutile cercare di capire se c'e' un senso, basta farsi incantare da certe cose che sono cosi' belle e ci fanno sentire cosi' piccoli nello stesso tempo.

e io ero perfettamente incantato, passavo da un momento in cui compulsivamente continuavo a scattare fotografie dappertutto a un altro dove ero come in estasi, con la bocca aperta e gli occhi lucidi davanti a un tale spettacolo, quasi insostenibile per i cuori deboli.
perche' una volta arrivati all'abc si e' circondati a 36o gradi dalle vette innevate, e dal Machhapuchhare base camp che si trova 400 metri e un'ora emmezza sotto sono salito due volte per vedere il tramonto e anche l'alba il giorno successivo prima di buttarmi di nuovo sulla via del ritorno ed attraversare foreste di felci e rododendri, valli fredde dove non arriva neanche il sole con un fiume impetuoso e azzurro gelido che scorre in fondo, attraversare decine di ponti sospesi, risaie, paesini autosufficienti a tre giorni di cammino dalla prima strada carrozzabile, cortili di abitazioni dove l'intimita' delle persone che ci abitano si confonde con il passare dei trekkers sempre discreto e rispettoso, come solo chi va in montagna e la rispetta sa cosa
vuol dire.

portatori con pesi impensabili, a volte anche in ciabatte che vivono attraversando i sentieri su e giu' per tutta la vita, carichi come dei muli ma che trovano il tempo per un saluto quando incrociavano il mio cammino.
bambini a piedi scalzi che giocano, che quando passavo facevano come un posto di blocco e intonavano una canzone per chiedere qualche rupia.
namaste'. bye bye.
la vita semplice. no televisione niente cazzate.

purtroppo appena tornato in citta' ho saputo del casino che e' successo a Bombay.
che tristezza e che paura.
al Taj hotel, uno dei piu' lussuosi di tutta l'India c'ero anche stato a bere un caffe', mi ricordo di averlo pagato come due notti di guesthouse del mio budget, ma ero curioso.
ora vedere quelle foto su internet dove una parte del palazzo e' in fiamme mi lascia tanto amaro in bocca e ancora tristezza e paura.
ora mi fermo qualche giorno in in piu' qui prima di tornare in India perche' anche se a Bombay non ci vado devo passare da Varanasi e da Agra, prima di arrivare a Delhi per pigliare l'aereo, e adesso non mi va'.
adesso che e' quasi finito voglio pensare al mio viaggio, e mi rendo conto di aver fatto qualcosa di importante per me stesso, qualcosa a cui tenevo, che volevo.
mi sono accorto in un attimo quando ero all'abc, tra tutte le cose che mi venivano in mente e sparivano in un attimo, come in un caleidoscopio di emozioni pensieri sensazioni.
pensavo all'India.
pensavo all'Italia. pensavo che due mesi prima ero a Cape Comorin, nel punto piu' meridionale del subcontinente, al caldo tropicale.
e lo pensavo con i piedi sulla neve dell'Himalaya.
via terra, come piace a me.
pensavo che ho fatto qualcosa che mi ha dato troppo per quello che ci ho messo e non parlo di tempo.
e me lo ricordero' per forza per tutta la vita.
per forza.

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